Cristina Legovich

classicista


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Chi ha paura della Preistoria?

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vulva Lepenski Vir, Danubio 6000 a.C.
Il 2 febbraio 2014 l’archeologia non accademica si prepara a ricordare la grande figura dell’archeologa, linguista e mitografa lituana Marija Gimbutas (Vilnius, 23/01/1919 –
Los Angeles, 02/02/1994) a 20 anni dalla sua scomparsa.
Fuggita dal regime comunista nel ’49 e rifugiatasi negli Stati Uniti, lavorò e insegnò
ad Harvard e all’Università di Los Angeles, conducendo scavi e ricerche epocali
in Grecia, Creta, Cipro ed Europa orientale, raggruppando e codificando i segni
di una cultura preistorica universale riconducibile dal Paleolitico superiore
fino al Neolitico medio e recente.
Dal 40.000 a.C. fino al 4000 a.C., dunque, si svela ai nostri occhi una Preistoria
nuova e inaspettata, un culmine di postmoderne perfezioni stilistiche
e di armonia sociale (evidente nelle stratigrafie archeologiche) che il nostro mondo
culturale, scolastico e accademico, mediamente sottovaluta o ignora.
La protagonista assoluta delle età della pietra è una sola: la triplice Natura femmina
che rigenera, crea da sé e distrugge.
Il culto della unica dea Natura è dunque la prima e più longeva forma di spiritualità
umana, collegata alla Luna, alla Terra e all’equilibrio tra maschile e femminile insito
nella nostra specie animale e mammifera, antica di 300.000 anni.
Alla memoria della Gimbutas è dedicato il mio libro Donna Sapiens, Fermento 2010;
devo alla sua figura e ai suoi studi, sul finale rigettati entrambi dall’ambiente accademico
in cui hanno trovato spazio, una visione generale delle cose che mi fa sentire serena
e protetta. Credo che ogni donna della cosiddetta civiltà moderna cerchi sempre
un pezzo mancante per accettare pienamente se stessa. Io l’ho trovato nelle immagini
che la vedono celebrata in tempi più sconosciuti che lontani, e che la Terra
ha conservato per millenni affinché un giorno potesse rispecchiarsi nella libertà visiva
che la Storia ha tolto e negato non solo a lei, ma all’umanità intera.
La cultura scolastica ha il dovere etico di riparare il danno, per una Preistoria
che non sia più la picaresca lotta per la sopravvivenza in assenza di civiltà, ma forse
la più alta forma di libertà spirituale e celebrazione della vita tra pari diritti
che uomini e donne abbiano mai avuto.

In occasione del ventennale mostrerò qui le immagini dei suoi studi
con indicazioni utili per comprenderle nel loro significato.

In foto Marija Gimbutas e una vulva incisa nella pietra del 6000 a.C., trovata a Lepenski Vir
sul Danubio.
In altre versioni, il simbolo della vulva è rappresentato dal segno
V inciso su pietra o dipinto, o in multipli di V e ><. Genericamente anche dette decorazioni a chevron.

Per maggiori approfondimenti, i tre libri più noti di M. Gimbutas:
Dee e dèi dell’Europa antica, 1974
Il linguaggio della Dea, 1989
La civilizzazione della Dea, 1991 

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