Cristina Legovich

classicista

Ubi maior minor cessat

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“(Delli artefici nostri) chi biasima gli scorti son color che non li sanno fare,
e per alzar se stessi vanno abassando altrui.”

Giorgio Vasari, Vite, a proposito degli artisti invidiosi del suo maestro
Michelagnolo Buonarruoti non appena videro le figure potenti e tridimensionali
sulla volta della Cappella Sistina, svelata al bel mondo romano il 31 ottobre 1512.
Dopo quattro anni di lavoro solitario a venti metri di altezza
per una superficie di quasi mille metri quadri, c’era troppo poco oro per i gusti
del papa e committente Giulio II, troppi nudi per alcuni prelati, figure troppo
muscolari per altri…
Michelangelo aveva trentasette anni, a ventitré compì la Pietà, a trenta il David.
Mancavano ancora all’appello il Mosé per la tomba di Giulio II, a cui lavorò
per un quarto di secolo, e il Giudizio Universale dietro l’altare della Sistina,
cominciato a sessant’anni nel 1534.
Vasari colpisce i maligni che, pur avendo mestiere, non sanno inchinarsi
alla legge dell’ubi maior minor cessat, mancando a un appuntamento
di gioiosa solidarietà con chi ha saputo innalzare una passione
e un lavoro comuni a livelli di competenza eccelsi.
Sebbene nella fabrica di San Pietro gli artisti fossero tutti rivali,
dopo aver ammirato la Sistina tra i primi, Raffaello ritrasse Michelangelo
ne La scuola di Atene, in riconoscimento alla sua arte totale.
Come dire: “sono abbastanza grande da ammettere la tua grandezza”.
Pillole di Vasari aiutano a distinguere, ieri e quanto mai oggi, tra Arte
e tutto ciò che non le assomiglia e non le giova.

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