Cristina Legovich

classicista


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PANDORA. Quando la prima Donna scese sulla Terra.

Sull’Olimpo sono passati chìlioroi chrònoi, indefiniti cicli di tempo da quando le lotte per il potere divino assoluto hanno visto Chàos, Terra, Cielo, Tempo e infine le divinità olimpiche avvicendarsi al comando degli elementi.
Acqua, etere, terra di sopra e di sotto, fuoco.
Dopo migliaia di anni di guerra contro il proprio padre Crono, il mostro Tifone, la Terra e i Giganti, Zeus ha ottenuto dai fratelli il trono del Cielo e dagli zii Titani il superpotere del fulmine e, come ultimo arrivato, non prende tanto alla leggera se uno di loro o una divinità inferiore cerca di sfidarlo o di deriderlo.
Il tragediografo Eschilo descrive bene quanto Zeus in questa fase debba ancora essere temibile e crudele per far rispettare il suo nuovo ordine mondiale, il kosmos, e faccia per questo incatenare il caro Prometeo a una rupe, presentandosi di persona in metamorfosi di aquila a rodergli il fegato ogni giorno. Vuole consumare il suo coraggio, virtù che i Greci arcaici e antichi riconducevano all’organo epatico e bilioso.
Il fegato divorato di giorno ricresce di notte per essere divorato ancora. Perché tanta rabbia?
Come osserva acutamente Vernant, Prometeo è un alleato di Zeus, non un affiliato del suo potere. Titano sconfitto di seconda generazione, figlio delle montagne e dei metalli, sa che i poteri sono spartiti e lui ne è fuori.
Ama forse per questo farsi gioco di Zeus, covando sottile vendetta mischiandosi tra gli uomini, cogliendo pretesti per sfidarlo in astuzia. Ecco che gli dèi e le dee maggiori e minori sono diventati uomini e donne, o meglio, la splendida fantasia dell’essere umano li ha immaginati superuomini e superdonne, incarnazioni beate e immortali tanto dei talenti divini presenti in ognuno di noi, quanto delle nostre stesse bassezze.
Straordinari e onnipotenti, privi di pensieri e beati, con ìcore trasparente nelle vene, si nutrono di nettare e ambrosia, non possono invecchiare né morire, tuttavia non sono immuni da sentimenti umani, ne sono anzi emanazioni e archetipi divini.
Zeus ha per definizione Violenza e Potere al suo fianco, Bìa e Kratos.
Zeus è il nuovo corso violento e autocratico della Storia sopraggiunta alla Preistoria, il regno mitico e archeologico dove Gàia, la Terra, fu a lungo sovrana e unica dea immaginabile, lontana dalle future violenze di suo figlio Cielo su di lei.
Qui nasce il mito di Pandora, la prima donna che Zeus incollerito e in gara di intelligenza calcolatrice con Prometeo manda ai maschi della specie umana affinché, da soli e beati che erano, ne restino disgraziati e in compagnia in eterno.
In principio Zeus li amava, poco distante dalla vita degli dèi era la loro vita, senza pensieri, fatiche, mali, timori. Vivevano sulla terra per centinaia di anni, morendo infine dolcemente nel sonno. Sulla cima dei frassini un seme di fuoco era a disposizione di tutti, cibi già pronti e ogni genere di conforto e delizia era sulle loro mense fin dal mattino.
L’Eden dei Greci è questo, la famosa età dell’oro. Il tempo mitico in cui gli uomini, inconsapevoli come bambini e sereni come divinità, hanno vantaggi dal potere nuovo di Zeus e nessun tramite pernicioso si è frapposto tra lui e loro.
Un giorno Prometeo induce gli uomini a celebrare il primo sacrificio in onore di Zeus e loro, ingenuamente, eseguono.
Un femore del toro ucciso è spolpato e avvolto di grasso; il grande e poco invitante stomaco viene invece riempito delle parti di carne più succulente e pregiate.
Chiede Prometeo, “colui che capisce prima, l’acuto”: “Sommo Zeus, quale delle due parti vuoi che sia, d’ora in poi, il sacrificio fatto a te dagli uomini?”
La scelta cade sulla coscia lucida di grasso, che si rivela presto un misero osso avvolto dalla livrea, la ricca apparenza che nasconde una ben più povera realtà.
Zeus si indispone e punisce il sodalizio negando agli umani il fuoco e i cereali, covando intanto in cuore una maggiore vendetta. Per la prima volta la nostra specie sperimenta allora la paura, il dolore, la fame, l’abbrutimento, il rischio dell’estinzione.
Prende coscienza di sé e del suo ruolo di subalterna all’ordine cosmico del signore dell’Olimpo e dei suoi fratelli Ade e Poseidon, padroni dei profondi misteri della morte e del mare.
Prometeo ruba allora il fuoco dall’Olimpo e lo riporta sulla Terra nascosto in un ramoscello secco dalla corteccia verde, la fèrula, per simpatia verso gli uomini quando per aperta sfida a Zeus, che ora decide di punire duramente tutti.
A lui tocca la rupe, agli uomini la Donna in cambio del fuoco riconsegnato.
Pandora è nel nome “tutta un dono” perché le divinità hanno trasferito in lei tutti i talenti per cui una donna è utile e desiderabile come una dea nella casa di un uomo, ma anche le qualità ingannevoli di un essere dal “cuore di cane”, fedele solo se mantenuto e nutrito, incline alle blandizie, ma nel profondo sempre animale selvaggio.
Zeus dà compito al dio artista, Efesto, di mischiare terra e acqua e foggiare forme divine da tanta misera materia. A Ermes quello di infonderle malizia, inganno e animo bestiale.
Creato il simulacro di una giovane fanciulla nel fiore degli anni, splendida e simile a una dea, Atena le trasferisce gli arcani saperi di tessitrice e ricamatrice perfetta, Afrodite i micidiali poteri del desiderio consapevole e della seduzione irresistibili.
Arriva dunque dalla pura luce dell’Olimpo una dea-donna ornata di splendidi monili d’oro e di fiori profumati, acconciata, istruita a incarnare la donna da dee potenti aiutate dalle Ore, le Grazie e Persuasione stessa. Pandora è creatura del divino femminino nelle apparenze e in sostanza, nella voce, nel profumo, nelle forme, nelle vesti impregnate di hìmeros, desiderio, per un impatto visivo incapace di far altro che mozzare il fiato e spandere “fascino terribile e affanni che struggono le membra”.
E’ sciolta in lei la madre Terra onnipotente, l’acqua delle umide caverne, la forma esteriore di ogni bellezza assoluta, il potere devastante della Natura selvaggia nascosto nella sua apparenza più piacevole e tranquillizzante.
Zeus si vendica delle beffe subìte creando altre realtà parimenti travestite e ingannevoli.
La vittima designata è non a caso Epimeteo, il fratello di Prometeo “che capisce dopo, il tardo”. Sapeva bene di non dover accettare doni da Zeus, ma apre la porta, vede Pandora accompagnata da Ermes e… Se la prende nella sua casa di contadino come sposa, nella prima età dei metalli in cui l’uomo e antichi dèi decaduti hanno imparato a piegare la schiena per allevare animali o lavorare la terra, dipendendo dalla fatica dei raccolti per vivere.
Il connubio funziona finché un giorno Zeus le suggerisce nel pensiero di aprire tutti i vasi che ha in casa. Ecco che l’inganno è pronto a rendere per sempre la donna sinonimo di dannosa curiosità e di cura interessata per le dispense domestiche, e la vita del genere umano miseranda e difficoltosa.
Tra le tante, Pandora apre una giara da cui escono tutti i doni e i mali del mondo: volano via tutti tranne uno. Elpìs, la Speranza, resta sul fondo del vaso prontamente richiuso, ultima dea a disposizione dei mortali da Esiodo a Foscolo.
Malattia, carestia, miseria, vecchiezza, morte dolorosa vagano da quel giorno di porta in porta, senza voce, mentre in cambio del fuoco i maschi della Terra hanno ricevuto un kalòn kakòn, un male bello, la sventura che non possono fare a meno di volere e amare nel cuore.
Così volle il padre degli dèi e degli uomini nella sua umana cacciata dal paradiso occidentale.
Il tempo degli eroi stava per giungere e quella quinta generazione da cui Esiodo ed Omero, tra il VIII e VII secolo a.C., ci scrivono con l’infinita sapienza e bellezza di chi canta la memoria del vero, quando “i re divoratori di beni” pascevano popoli e i poeti e le poetesse pregavano le Muse Pièrie del Monte Elicona per l’ispirazione e quella fama immortale che in versi li porta in maestoso volo fino a noi.

Cristina Légovich

www.cristinalegovich.com
www.diogenemagazine.eu


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Il mercato degli allori

Ma se tanto da noi sono ammirati quei famosissimi
che provocati con sì eccessivi premii e con tanta felicità
diedero vita alle opere loro, quanto doviamo noi maggiormente
celebrare e mettere in cielo questi rarissimi ingegni
che non solo senza premii, ma in povertà miserabile
fanno frutti sì preziosi? Lo avere a combattere più con la fame, 
che con la Fama, tien sotterrati i miseri ingegni, nè li lascia farsi conoscere.
Colpa e vergogna di chi sollevare li potrebbe e non se ne cura.

Giorgio Vasari, Vite.


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Spesso tristi e sempre inoperosi governi

I due soli Paesi dell’Europa che mi hanno sempre lasciato
desiderio di sé sono stati l’Inghilterra e l’Italia.
Quella (la prima), in quanto l’arte ne ha per così dire
soggiogata o transfigurata la natura; questa, in quanto
la natura sempre vi è robustamente risorta a fare in mille modi
vendetta dei suoi spesso tristi e sempre inoperosi governi.

Vittorio Alfieri (Asti 16/1/1749 – Firenze, 8/10/1803) 
dall’autobiografia Vita scritta da esso.


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La bella fama non arriva senza né arte né parte

Sono del tutto ingannati i quali si avisano di potere
negli agi e con tutti i commodi del mondo
ad onorati gradi pervenire.
Non dormendo, ma vegghiando e studiando continuamente s’acquista.

Giorgio Vasari (Arezzo 30/07/1511 – Firenze 27/06/1574)
Allievo di Michelangelo, scultore, pittore, architetto,
autore delle
Vite degli illustri artefici italiani.