Cristina Legovich

classicista


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Saffo, Frammento 34

Qui Saffo immagina le stelle del cielo come donne invidiose
quando entra a rubare loro la scena non tanto una più bella,
ma quella senza possibili paragoni.

Le stelle attorno alla bella luna
vorrebbero nasconderne l’immagine splendente,
soprattutto quando più piena e argentea
sfolgora su tutta la Terra.

Saffo, Frammento 34. Fine VII – inizi VI a. C.


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Ognuno può rendersi beato da solo

Unusquisque facere se beatum potest.
Ognuno può rendersi beato da solo.

Seneca (Cordova, 4 a.C. – Roma, 65 d.C.)
Consolatio alla madre Elvia.

La beatitudine nel mondo classico è prerogativa tipica delle divinità. 
Gli dèi, si sa, non hanno paura della morte perché non possono invecchiare, né morire.
Essere beati è dunque saper vivere divinamente la nostra vita da mortali,
senza paura del domani e senza pensarci. 

Seguace della filosofia stoica, precursore occidentale dello zen
e della psicanalisi moderna, nonché dello stile pubblicitario,
in Seneca la beatitudine corrisponde all’equilibrio interiore, all’assenza di paura per la morte,
alla rivendicazione di se stessi a se stessi
in una vita solo apparentemente breve,
perché sprecata in false occupationes e superficiali priorità esistenziali. 

Nota al testo:
Seneca consola la madre dall’esilio in Corsica cui l’imperatore Claudio l’ha costretto nel 41 d.C., adducendo a motivo un presunto adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola. 
Sarà richiamato a Roma otto anni dopo da Agrippina Minore per far da tutore al figlio di lei Nerone, giovanissimo successore di Claudio e colui che nel 65 d.C costringerà Seneca,
ormai ritiratosi a vita privata, al suicidio ricordato da Tacito in Annali XV, 63.